Un pittore di rispetto: Roberto Gabrieli

Se presumesse di essere uno degli artisti cosiddetti arrivati, Roberto Gabrieli condizionerebbe la propria disponibilità emotiva ed estetica acclimandosi nello sterile sottobosco di un conformismo tanto vuoto quanto velleitario. Ma questo giovane dal cuore pieno e di lucida sensibilità in fatto d’arte sa quale scotto di energia sacrificale si deve pagare – e con che alternativa di inquietudine e di rinunzie, di euforici riscontri e di cupo agnosticismo – perché il ciclo di maturazione possa essere in qualche modo significante. Così riesce ad offrire, senza mezzi termini, una testimonianza: un impegno esemplare, spiritualmente vigile ed ancorato peraltro al bisogno di una disciplina culturale e stilistica, un costume che garantisce il più concreto divenire e che acquista un valore etico di rilievo nella spaventosa  illusorietà della ‘’cifra,, o del gestualismo contemporanei.

La ricchezza interiore di Roberto Gabrieli non si traduce affatto in un passione avventuriera; al di là della ipotesi dei contenuti, che affiora semmai in un certo ricorso figurale di volti scavati e allucinati il cui fermento estroso aspira ad una liberazione pittorica, l’artista fa i conti, in tutta umiltà,con la sintassi formale  e con il registro cromatico. Ed ecco i suoi paesaggi urbani, alcuni TETTI CON CUPOLA dalla tavolozza avara di suggestioni ma in cui basta un’apertura ocrata a scandire un respiro di spazzi,  mentre il minuto connettersi delle tarsie brune  ordisce una geometrica sensoria a tutto vantaggio della penetrazione evocativa; o certe nature morte in cui sembra prevalere l’interesse della impaginazione, tutte in un tessuto di accordi monovalenti e quindi sottratte  al rischio di una esuberanza di gamma e cincischiata.

E soprattutto i fiori Le rose di una stagione dissepolta che accompagna, a filo di memoria, i sempre nuovi ardori dell’anima. Non la sensualità tattile dei fiori di Fantin-Latour o il plasticismo popolare degli arum di Rivera o la sfiaccolata languidezza dei tardo romantici; né i cartocci-pretesto di Breddo, né la sonorità neo fauve dell’antologia Monochesiana . I fiori di Gabrieli: un pentagramma eloquente, insieme castigo e ardito. La tenerezza è sempre lì, nel flusso dei verdi, dei rosa, dei gialli, nel ritma di una trama variamente congegnata ma egualmente disposta a lievitare in immagine.

Fatta stupore e canto, sia che si affolli come morbido sviluppo alla soglia del ricordo, sia che sfoltisca tutti i richiami oggettivi fino alla essenzialità dell’arabesco,  la coscienza artistica non consentirà a Roberto Gabrieli di buttare alle ortiche il proprio temperamento; e per ciò queste corolle, diventate pura epifania, forse non appassiranno.

Renato Civello
La Sonda ( rivista mensile d’arte Anno IX- n. 10 Ottobre 1973